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Il papa romano

Eugenio Pacelli, eletto papa nel 1939, alla vigilia dello scoppio della guerra, è il primo papa nato a Roma da più di due secoli. L’ultimo papa romano era stato Emilio Altieri, con il nome di Clemente X, morto nel 1676. Pio XII è nato a Roma all’alba del 2 marzo 1876, nello storico rione Monti, al terzo piano di Palazzo Pediconi, in Via di Monte Giordano 14.

La famiglia si trasferisce poi, nello stesso rione, a Via della Vetrina 19. Pio XII è il primo papa nato dopo la scomparsa del potere temporale a Roma, anche se la sua famiglia è estremamente legata alla Santa Sede, ne condivide le sorti, e ha nel suo seno vari grand comis del governo pontificio. Il nonno del futuro Pio XII, Marcantonio, si era trasferito dalla zona di Viterbo a Roma nel 1819, per divenire avvocato presso la Rota Romana. Nei momenti difficili della Repubblica Romana, Marcantonio Pacelli era stato notato da Pio IX per la sua fedeltà. Era divenuto sottosegretario all’Interno (fino al 1870), marchese di Acquapendente (aveva anche prestato la sua collaborazione alla nascita de “L’Osservatore Romano”) Marcantonio, dopo il 1870, si era schierato dalla parte del papa, rifiutando ogni inserzione nel quadro del nuovo Stato. Suo figlio, Filippo (padre del futuro Pio XII) aveva seguito le sue orme, come avvocato rotale, divenendo anche esponente del gruppo cattolico al Comune di Roma. Filippo si era sposato nell’ambito dell’aristocrazia nera (quella fedele al papa e non allineata con i Savoia), con Virginia Graziosi, madre del futuro papa. Un cugino, Ernesto Pacelli, era l’uomo di fiducia di Leone XIII per le questioni finanziarie. Francesco Pacelli, fratello di Pio XII, morto nel 1935, è il negoziatore per parte vaticana dell’accordo con il fascismo nel 1929. Per i Pacelli, Roma è inscindibile dal papa e dalla Chiesa, anche se la famiglia, pur “papalina” vive nella nuova realtà della capitale d’Italia. Il giovane Pacelli frequentò la scuola elementare presso le suore e poi un maestro cattolico, ma fu inviato al Liceo classico Ennio Quirino Visconti, istituto pubblico e laico, non ad una scuola cattolica. La formazione religiosa di Eugenio avvenne, oltre che in famiglia, presso i padri oratoriani della Chiesa Nuova, vicino a casa sua. Dopo la maturità, intraprese la preparazione al sacerdozio per una breve periodo presso il Collegio Capranica e l’Università Gregoriana e poi, da esterno, al Seminario Romano di Sant’Apollinare, a pochi metri dalla casa di famiglia. Fu ordinato prete nel 1899 dal vicegerente di Roma, mons. Cassetta, e celebrò la sua prima Messa nella basilica di Santa Maria Maggiore presso l’icona della Madonna, Salus Populi Romani, forse l’immagine mariana più venerata nella città. Eugenio Pacelli è prete romano per la sua formazione e ordinazione, ma anche per i tanti legami con molti ambienti della città. Anche una volta eletto papa, Pio XII conserva ancora una fitta rete di contatti con la città, a parte la sua famiglia. Il 16 ottobre 1943, la principessa Enza Pignatelli, la mattina presto, improvvisamente si presentò al papa (e fu ricevuta), per informarlo della razzia degli ebrei. La spiegazione è semplice: la principessa era stata tra le giovani che mons. Pacelli aveva conosciuto, quand’era cappellano delle suore dell’Assunzione, che avevano un istituto femminile. Proprio dopo la razzia degli ebrei di Roma, Pio XII ricevette una lettera commovente: “Fra i colpiti e dolenti firmatari di questo appello –si legge- vi sono, tra gli altri, i figlioli del defunto Professor Comm. Settimio Piperno… che la Santità Vostra potrebbe forse ricordare per i rapporti di intima amicizia che lo legavano alla Venerata Memoria del Vostro Genitore Comm. Filippo, di cui fu anche per molti anni collega nel consiglio comunale di Roma”. Sembra che, il 16 ottobre, Pio XII avesse fatto avvisare della razzia in corso il prof. Ascarelli, suo compagno ebreo al Liceo Visconti. Eugenio Pacelli è un vero figlio di Roma, come scrive Philippe Chenaux. La sua vita si svolge a Roma (entra in Segreteria di Stato come minutante nel 1903) fino al 1917, quando parte come nunzio in Baviera prima e in Germania poi; ritorna a Roma alla fine del 1929 per divenire Segretario di Stato di Pio XI. Eccetto gli anni tedeschi e numerosi viaggi per il mondo, la sua esistenza si svolge tutta nell’Urbe fino alla morte nel 1958. Eugenio Pacelli non solo è un romano, ma sente con intensità la missione della città, di cui ha un’idea molto alta.

Un’idea di Roma

Numerosi sono i discorsi del papa, in cui si tratta di Roma e della sua vocazione. E’ una visione che il papa ha coltivato fin dagli anni della sua giovinezza. Anche da Segretario di Stato, egli tiene la prima conferenza all’Istituto di Studi Romani in un corso di studi nel 1936, dal significativo titolo mutuato da Dante: Roma “onde Cristo è romano”. Sono anni di grande consenso attorno al regime, che ha intrapreso la conquista dell’impero etiopico. Ma il fine diplomatico vaticano non si lascia prendere da entusiasmi patriottici: per lui la romanità vive e prospera solo alla luce della fede cristiana. Per il cardinale, il destino di Roma è un “mistero”: il cristianesimo ha forgiato una nuova Roma e un nuovo impero nel segno della Croce, “purificando e riassorbendo in sé il meglio di Atene e di Roma”. Infatti “la sapienza politica dei Cesari si confonde davanti al Cristianesimo”. Ma non si tratta solo di storia remota; il problema è il futuro di Roma. Non c’è avvenire per la città senza il papa, perché “al Vicario di Cristo si lega il destino di Roma; in lui si fissa e si volge verso una meta che non è di questo mondo. Nessuna città vince o vincerà il destino di Roma”. Il Segretario di Stato di Pio XI ribadisce il nesso inscindibile tra Roma e il papa. Sono affermazioni non provocatorie, ma chiare in una stagione in cui, per la propaganda fascista, l’Urbe era divenuta la capitale del nuovo impero, costruito dal regime: “Così il più sacro destino di Roma sta nascosto nella fede di Cristo, fede che è vittoria sopra ogni paganesimo antico e moderno”. Roma non è un’idea provinciale o nazionale, ma rappresenta il cuore dell’universalismo cattolico. Papato, romanità e universalità sono un’unica realtà che guarda il futuro e vive nella missione della Chiesa cattolica. Il card. Pacelli spiega la radice di questo universalismo, che non è legato ad una visione razzista o nazionalista: il cristianesimo “sospinge la umanità a quella eccelsa meta, non mendace, di libertà e fratellanza e di eguaglianza, dove, come proclama l’Apostolo delle Genti, non è Greco e Giudeo, Barbaro o Scita, servo o libero; ma Cristo è ogni cosa e in tutti”. Roma è un segno dell’unità dei cristiani e, in un certo senso, di quella di tutti gli uomini. L’antico impero era solo una pallida figura della nuova realtà generata della fede cristiana: “Roma cristiana, Madre di tutte le Chiese e Patria comune di tutti i figli di Dio…”. Roma, grazie al papa e alla fede cattolica, si presenta –questo è il pensiero del cardinale- nuovamente come communis patria. L’idea cattolica di Roma, nel Risorgimento, si era espressa in antitesi a quella laica e liberale, che vedeva nella capitale non solo il cuore di una tradizione antica, ma anche il luogo di sviluppo di un futuro nazionale e moderno. Nei primi decenni del secolo, il dibattito era ormai piuttosto estenuato, quando si rinnovò in antitesi con il regime fascista. La Conciliazione tra Chiesa e fascismo non pose fine a questa discussione, ora in toni garbati ma a volte anche aspri. Infatti, nella scarna ideologia del regime, l’idea di Roma, con le sue reminiscenze imperiali, aveva un ruolo decisivo: era il cardine di un nuovo orgoglio e di un nuovo impero nazionale italiano. Nel 1929, dopo la firma dei Patti del Laterano, Mussolini, preoccupato di una cattolicizzazione del fascismo, aveva affermato il primato di Roma sul cattolicesimo: “Questa religione è nata nella Palestina –aveva detto-, ma è diventata cattolica a Roma”. Ne era seguito un intenso dibattito tra cattolici e fascisti, che aveva messo a fuoco le diverse prospettive con cui si guardava alla vocazione della città. Precisava il domenicano padre Cordovani, teologo di fiducia di Pio XII, come il papato avesse salvato l’eredità di Roma: “Non è il prestigio di Roma capitale che ha dato a San Pietro il primato di giurisdizione su tutta la Chiesa…”. Questa visione della romanità spirituale e universalista è esaltata, specie negli ultimi anni del regime, nel confronto con il nazionalismo e il razzismo, che si richiamano alla romanità fascista. Le parole del card. Pacelli si collocano nella linea della serena rivendicazione del primato della romanità cattolica. Le vicende del secondo conflitto mondiale e lo scatenarsi delle passioni nazionaliste sembrano confermare in Eugenio Pacelli, eletto papa proprio alla vigilia del conflitto, lo smarrimento di una vera tradizione universalistica non solo in Italia, ma in Europa, che è coinciso con l’allontanamento dalla Chiesa cattolica. Roma e la Chiesa sono, infatti, per lui, il cuore di un universalismo provvidenziale fondatore della pace, basato sulla fede e sul diritto delle genti. I vari interventi o passaggi di discorsi di Pio XII, dedicati a Roma e alla romanità, sono stati messi scarsamente in luce rispetto ad altre tematiche del suo insegnamento, perché spesso considerati come cascami di una retorica romanistica del tempo. Non se ne è colto l’aspetto critico verso il nazionalismo, né quello propositivo. In realtà, nonostante gli aspetti tipici del tempo e con un codice linguistico particolare, papa Pacelli rivisita e ripropone la romanità cattolica. Durante la guerra chiede venga riconosciuto il carattere sopranazionale di Roma, “madre” della fede e della civiltà, scontrandosi con il rifiuto degli Alleati per cui la città resta la capitale di un regime in guerra e può essere bombardata. Alla crisi di civiltà, determinata dalla guerra, il papa risponde evidentemente con un messaggio di fede e con una “proposta” di civiltà, che hanno un punto di riferimento importante nell’Urbe. Infatti, per lui, cattolicità, papato e romanità, pur nelle differenze, non possono essere tra loro disgiunti. Non si tratta qui di allineare un insieme di citazioni dei discorsi del papa, ma di sottolineare come questo “prete romano”, divenuto papa, senta l’attualità di Roma nella crisi del mondo uscito dal terribile conflitto mondiale ed avviatosi a vivere i lunghi anni della guerra fredda. Nel primo Natale di pace, quello del 1945, Pio XII, parlando del prossimo concistoro per la creazione dei cardinali, illustra la missione di Roma: “Avremo ora, cessato il conflitto mondiale, la consolazione… di veder affluire intorno a Noi nuovi membri del Sacro Collegio provenienti dalle cinque parti del mondo. Roma apparirà in tal modo veramente come la Città Eterna, la Città universale, la Città Caput mundi, l’Urbs per eccellenza, la Città di cui tutti sono cittadini, la Città sede del Vicario di Cristo, verso la quale si volgono gli sguardi di tutto il mondo cattolico…” Roma è il luogo storico per eccellenza, dove il messaggio cristiano si manifesta creatore di un universalismo, che non è solo di fede, ma anche di cultura e di civiltà. Questo universalismo è ben diverso dall’”imperialismo”, che si è manifestato nella storia del Novecento. Per Pio XII, il concistoro del 1946, dopo la guerra, il primo del suo pontificato, assume un carattere simbolico. L’internazionalizzazione del collegio cardinalizio si iscrive nel messaggio di universalismo che intende inviare da Roma. I cardinali, vescovi, preti e diaconi, che circondano, consigliano, eleggono il papa, sono il senato della Chiesa romana. Su trentadue creati da Pio XII nel 1946, solo quattro sono italiani. Apre la lista un orientale, armeno, nato nel territorio sovietico, seguono vari americani del Nord e del Sud, un cinese, un africano (in realtà un portoghese del Mozambico), vari europei dell’Est e dell’Ovest… Con questa creazione cardinalizia, il papa vuole presentare la sua Chiesa come realtà internazionale, che custodisce il “segreto” di una pacifica convivenza tra popoli alla luce della fede. Pio XII insiste sul fatto che il cattolicesimo è universale perché romano: il modello romano offre la possibilità di aprirsi a tutti i popoli. Infatti “la Chiesa è dovunque –dicesopranazionale, perché è un tutto indivisibile e universale”. Ma non è prigioniera di una nazione, bensì “è madre, e quindi non è e non può essere straniera in alcun luogo”. Roma manifesta la maternità universale della Chiesa. Il mondo contemporaneo –questa è la ricostruzione di Pio XII- è stato drammaticamente lacerato dall’individualismo, dal “vieto liberalismo”, dal nazionalismo e dal totalitarismo. Da qui è venuta la guerra mondiale. Per il papa ora bisogna ripartire dal messaggio di fede e universalità della Chiesa. La Chiesa, da Roma, si propone come educatrice di uomini e di popoli, mentre si confronta con i nuovi “imperi” delle potenze vincitrici. Il papa afferma, nel discorso ai nuovi cardinali nel 1946, che la potenza della Chiesa e la sua attività sono di natura diversa: “La Chiesa… non è un Impero, massime nel senso imperialistico che si suol dare a questa parola. Essa segna nel suo progresso e nella sua espansione un cammino inverso a quello dell’imperialismo moderno. Essa progredisce innanzi tutto in profondità, poi in estensione e in ampiezza. Essa cerca primieramente l’uomo stesso; si studia di formare l’uomo, di modellare e di perfezionare in lui la somiglianza divina. Il suo lavoro si compie nel fondo del cuore di ognuno… Con uomini così formati la Chiesa prepara alla società umana una base, sulla quale potrà riposare con sicurezza.” Roma è un’idea, sorretta da una grande tradizione, ma non qualcosa di utopico; è anche una realtà umana e comunitaria, che si raccoglie attorno al papa. Non si tratta di una sovranità territoriale (né si restringe ai ridotti confini dello Stato della Città del Vaticano), ma di uno spazio ideale, religioso e umano. Negli stessi anni in cui Pio XII rinverdiva l’idea di Roma, un giovane sacerdote di Cracovia, Karol Wojtyla, veniva a studiare nella capitale italiana, provenendo da un paese in cui si cominciava a sentire il preso dell’occupazione sovietica che lo avrebbe separato dall’Europa occidentale e avrebbe reso difficili le stesse comunicazioni con la Santa Sede. Roma era solo un’immagine retorica di Pio XII o rappresentava una realtà per un giovane sacerdote che veniva dall’Est europeo, come tanti altri in quegli anni? Il giovane Wojtyla, arrivato nella capitale nel 1946, restò all’inizio spaesato nella città del dopoguerra: “Per parecchi giorni camminavo nella città… -racconta- e non riuscivo a ritrovare pienamente l’immagine di quella Roma, che nel tempo portavo nella mia mente. A poco a poco la ritrovai. Ciò accadde soprattutto quando visitai le basiliche più antiche, ma ancora più quando visitai le catacombe”. Roma è un’immagine ideale per tanti cattolici del mondo intero: il suo nome evoca un valore, una presenza, un segno di unità. Il rettore del seminario di Wojtyla, al momento della sua partenza da Cracovia, lo invitò a studiare, ma soprattutto a “imparare Roma stessa”. Infatti la Chiesa di Roma, quella comunità umana locale e internazionale che si raccoglie intorno al papa, rappresentò per il giovane polacco, come per tanti altri suoi coetanei segnati dall’esperienza della seconda guerra mondiale, una scuola di universalità. Lasciò la città nel 1948 e così ricorda: “Attraverso Roma il mio giovane sacerdozio si era arricchito di una dimensione europea e universale. Tornavo da Roma a Cracovia con quel senso di universalità della missione sacerdotale…”. Come si vede, proprio nel caso del futuro Giovanni Paolo II, l’idea di Roma è connessa a una realtà ecclesiale e sociale di cui si può fare esperienza. A Roma non c’è solo la capitale italiana, non solo l’amministrazione centrale della Chiesa; ma qui vive una comunità locale e universale allo stesso tempo.

La storica visita di Papa Pio XII al quartiere San Lorenzo a Roma, distrutto dal bombardamento del 19 luglio 1943

La storica visita di Papa Pio XII al quartiere San Lorenzo a Roma, distrutto dal bombardamento del 19 luglio 1943.

Il vescovo di Roma e la guerra

Pio XII, nei quasi vent’anni del suo pontificato, è un grande cantore dell’idea di Roma, che rappresenta per lui un luogo concreto attraverso cui accedere all’universalità della comunione ecclesiale e della stessa umanità. Ma questo papa governa anche, con grande attenzione, la realtà di Roma nelle sue pieghe religiose e diocesane eppure in quelle civili. E’ il papa che, in modo un po’ encomiastico, viene definito “due volte romano”, sia per la sua origine che per il suo ministero di vescovo di Roma. Eugenio Pacelli prende molto sul serio il suo essere “vescovo di Roma”, fatto che non considera come meramente decorativo. Negli anni della guerra e del dopoguerra, esercita costantemente questo ministero sia con iniziative dirette e personali, sia attraverso la struttura diocesana di Roma. Alla testa di questa struttura, quando Pacelli è eletto papa, si trova un suo compagno fraterno (l’unico che –si dice- continuasse ancora a dargli del tu), il card. Marchetti Selvaggiani, il Vicario di Pio XI, che aveva rafforzato la struttura pastorale di Roma, specialmente attraverso la realizzazione di molte nuove parrocchie, confrontandosi con l’impronta e lo sviluppo impressi alla città dal regime fascista. Nel 1951, Pio XII nomina Vicario, alla morte di Marchetti, il card. Clemente Micara. Il papa, negli anni della guerra, si dedica alla preservazione di Roma dai bombardamenti e alla gestione dei delicati nove mesi di occupazione tedesca.  Successivamente, nel dopoguerra, è fortemente impegnato per rivitalizzare in vario modo la struttura pastorale di Roma. Il tema di Roma “città sacra”, con un profilo universale che la distacca dalla realtà di capitale di uno Stato in guerra, è costantemente evocato da Pio XII e dalla diplomazia vaticana per ottenere lo statuto di città aperta e per evitare i bombardamenti da parte degli Alleati. Pio XII, specie dopo la caduta del fascismo, si presenta come il difensore della città e l’interprete autorevole degli interessi dei romani. Dopo il bombardamento del quartiere di San Lorenzo, Pio XII scrive una lettera al card. Marchetti Selvaggiani, protestando per un simile atto, non solo contro un centro monumentale e culturale di così grande importanza, ma contro “la città santa del cattolicesimo ascesa a nuova e più fulgida gloria nel nome di Cristo”, luogo dove sono custodite grandi memorie cristiane e dove opera il centro della Chiesa cattolica. Tra l’altro, il papa ricorda che, nel cuore dell’Urbe, c’è lo Stato neutrale del Vaticano, con sue ramificazioni in tutta la città. Questa è la tesi che la Santa Sede sostiene con i tedeschi e gli Alleati: il rispetto dello spazio del papa non può ridursi alla sola Città del Vaticano, perché gli istituti vaticani e religiosi sono disseminati in tutta Roma e, soprattutto, Pio XII è vescovo di Roma e sente la sua diretta responsabilità verso tutti i romani. Infatti, più volte, la voce del papa si alza ammonitrice. Proprio alla vigilia della liberazione della città, nella festa di Sant’Eugenio, Pio XII dichiarò solennemente: “Chiunque osasse levare la mano contro Roma, sarebbe reo di matricidio dinanzi al mondo civile e nel giudizio eterno di Dio”. Il bombardamento di San Lorenzo, il 19 luglio, vede la visita di Pio XII al quartiere colpito, che giunge con grande immediatezza, senza scorta, appena dopo i fatti. Il gesto colpì la sensibilità dei romani e rappresentò, in un certo senso, la consacrazione del rapporto diretto tra il papa “romano” e la città durante la guerra: “L’uscita del Papa è stata molto approvata dai vari ambienti popolari. E’ stato un vero delirio di popolo” –si legge in un’informativa di polizia. La folla, strettasi attorno a Pio XII, gridava: “pace! pace!”. Un diplomatico svizzero, Carlo Sommaruga, dopo aver visto il papa tra la gente, scrive alla moglie: “Non ti dico quello che fu, applausi, grida di ‘vogliamo la pace’, imprecazioni ‘perché non ottieni la pace’. E’ stato meraviglioso il S. Padre senza nessuno in mezzo alla folla”. Roma fu bombardata pure il 13 agosto e, anche questa volta, Pio XII si recò nei quartieri colpiti. Fiorenzo Angelini, giovane viceparroco della Natività, vicino a San Giovanni, ha raccontato l’incontro casuale con Pio XII in visita al quartiere, senza alcun apparato protettivo: “…mi trovai d’improvviso in una strada, nei pressi di Villa Fiorelli, dove scorsi un’automobile nera con a bordo il Papa, Pio XII, insieme a monsignor Giovanni Battista Montini e al conte Enrico Galeazzi… La strada era quasi deserta e, a me che venivo dal basso, l’automobile si parò davanti come se mi venisse contro. Allargai le braccia al centro della strada, gridando e indicando che poco lontano, dietro di me, in una voragine, c’era e ben visibile una grossa bomba di aereo rimasta inesplosa… Il Papa scese dalla vettura, e la gente accorse con amore prepotente verso chi, particolarmente in quel momento, rappresentava l’unico riferimento di salvezza. Urla, grida contro il governo, contro la guerra, implorazione di pace; anch’io, ricordo, mi feci in quella circostanza trascinatore di folla nell’incitamento alla cessazione della guerra e alla preghiera per la pace. Il Papa, commosso, restò quasi impietrito e a mani giunte…” Non c’era abitudine alle visite del papa nella città anche dopo il 1929. Quelle due uscite del papa quasi da solo, senza apparato, il 19 luglio e il 13 agosto, consacrarono il papa, in giorni drammatici, come riferimento nell’immaginario dei romani. Era l’immagine di quello che la Chiesa rappresentava a Roma nei mesi dell’occupazione, una risorsa nelle difficoltà e l’unica istituzione credibile e accessibile nel crollo dello Stato. Le parrocchie, per impulso del papa, rappresentano istituzioni di sostegno, umano, alimentare, sociale ai romani in gravi difficoltà. La Chiesa, in una città dove –come si diceva ironicamente- “la metà dei romani nasconde l’altra metà”, diventa uno spazio di asilo. Istituti religiosi femminili e maschili, parrocchie, istituzioni vaticane e lo stesso territorio vaticano, si aprono all’ospitalità a ricercati dai nazifascisti, a ebrei e politici. Nella città si disegna uno spazio della Chiesa, che non riguarda solo le zone extraterritoriali o vaticane, ma le istituzioni ecclesiastiche che vengono prese sotto la protezione della Santa Sede. Pio XII, durante l’occupazione tedesca, non esce mai dalle mura vaticane. Ma, il 12 aprile, vuole manifestare la sua partecipazione alla vita de i romani, convocandoli per una grande adunanza in piazza San Pietro, in territorio di sovranità vaticana. E’ il più grande evento di massa, non controllato dai nazisti, nell’Europa occupata. Pietro Nenni, leader socialista, nascosto al Seminario Romano, in un certo senso in casa di Pio XII, si recò in mezzo alla folla accorsa a San Pietro. Ne scrisse sul diario. La sua analisi della folla fu severa: forse a San Pietro c’erano quelli che un tempo gridavano “viva il duce”. Il papa poteva promettere con sicurezza ben poco alla gente. In fondo la gente applaudiva la “retrocessione di Roma da capitale d’Italia a canonica del papa…”, secondo il leader socialista. Eppure, Pietro Nenni, con la sua sensibilità per le masse, notò qualcosa di profondo e intenso tra la folla e che gli ripropose “il mistero della fede religiosa” e “il bisogno di evadere dalle miserie e dai dolori”: “La cerimonia non è stata senza grandezza… -conclude – Quando i sacri bronzi si sono taciuti e sul balcone è apparsa la bianca figura del papa un fremito è corso per la folla e molte donne sono cadute in ginocchio. Negli occhi di mia moglie, che pure non è donna di chiesa, ho visto spuntare le lacrime. Forse pensava alla nostra figliola, laggiù in campo di concentramento, e con ingenua fede ne rimetteva le sorti nelle mani del vicario di Cristo. Anche all’atto della benedizione papale ho sentito che la folla superava se stessa e le sue immediate preoccupazioni per comunicare in una celeste visione di eterna beatitudine.” Carlo Trabucco, acuto testimone di quei momenti, annota nel suo diario: “L’intuizione spontanea della folla non deriva certo da calcolo politico, ma è la riprova che veramente tra queste mura la sovranità del pontefice rimane, non importa se codificata o meno in trattati”. Ed aggiunge: “rimane negli spiriti dei romani, anche quando sembra che essi se ne allontanino”. Papa Pacelli apparve sulla loggia centrale della basilica alle 15,30. Ma, dalle finestre del suo appartamento, aveva potuto vedere la folla che arrivava a piedi e si radunava già dalle 13,30 nella piazza e nelle vie adiacenti dei Borghi. Si calcolavano circa trecentomila persone. Era una cerimonia semplice e di popolo: il papa da una parte sul balcone e, dall’altra, i romani e gli sfollati. Il fuoco della cerimonia era nel messaggio del papa alla gente venuta –dice- a “sentire dal nostro stesso labbro e a leggere sul nostro volto che la somma dei vostri affanni è tutta nostra e ci amareggia nell’intimo del nostro cuore”. Il momento era grave. Specie a Roma: “la tanto martoriata Città di Roma, dilacerata nelle vive carni dei suoi abitanti orribilmente uccisi, mutilati o feriti…”. Questo il cuore della proposta del papa: “…come potremmo noi credere che alcuno possa mai osare di tramutare Roma –questa alma Urbe, che appartiene a tutti i tempi e a tutti i popoli, e alla quale il mondo cristiano e civile tiene fisso e trepido lo sguardo- di tramutarla, diciamo, in un campo di battaglia, in un teatro di guerra, perpetrando così un atto, tanto militarmente inglorioso, quanto abominevole agli occhi di Dio e di un’umanità cosciente dei più alti e intangibili valori e spirituali e morali?” Pio XII chiedeva a tutti, quasi esigeva, di rispettare Roma, “affinché la loro memoria rimanga in benedizione, e non in maledizione, per i secoli sulla faccia della terra”. E poi c’era l’assicurazione ai romani, fatta con passione, che il papa si identificava quasi fisicamente con loro e con Roma: “la somma dei vostri affanni è tutta nostra e ci amareggia nell’intimo del nostro cuore… e tenete pe r certo che non vi è una sola delle vostre pene, non una delle vostre ansie, non una delle vostre ambasce spirituali e corporali, che non dia all’animo nostro una trafittura ben più profonda e più dolorosa di quelle che ci infliggono le nostre medesime sofferenze personali.”

Il pastore della Città Eterna

Il 6 giugno, dopo la liberazione di Roma, il popolo romano accorre in piazza San Pietro per ringraziare il papa, che viene considerato il defensor civitatis. Il papa è la vera autorità nella città. Federico Chabod, in una pagina scritta nell’immediato dopoguerra, afferma che il lungo inverno dell’occupazione fece rivivere l’antico rapporto medievale tra il papa e il popolo romano: “…la popolazione volge il suo sguardo a San Pietro. Viene meno un’autorità, ma a Roma –città unica sotto quest’aspetto- ne esiste un’altra: e quale autorità! Ciò significa che, benché a Roma vi sia il comitato e l’organizzazione militare del CLN, per la popolazione è di gran lunga più importante e acquista un rilievo ogni giorno maggiore l’azione del papato”. Con la liberazione, l’affermazione del pluralismo politico, la lenta ripresa della città comincia una stagione nuova, che qui non è possibile seguire nel suo sviluppo. E’ una stagione in cui Pio XII segue con molta attenzione la vita di Roma nei suoi aspetti pastorali, sociali e politici. Roma deve vivere una vita politica e sociale coerente con la sua vocazione cristiana, secondo il pensiero del papa. Una vittoria politica delle sinistre a Roma sarebbe stata una chiara contraddizione di questo orientamento. Anche perché il papa è convinto dell’esemplarità di Roma e delle sue scelte nel mondo cattolico e oltre esso. Costanti sono gli appelli di Pio XII ai romani anche per una “coerenza” nel voto. Egli sente ogni elezione amministrativa o politica nella città come un momento grave: “Su questo stesso suolo –il papa parla dell’Urbe- noi ripetiamo oggi con raddoppiata energia quel grido a voi, la cui città natale è ora teatro di sforzi incessanti volti a infiammare la lotta tra due opposti campi: per Cristo o contro Cristo, per la sua Chiesa o contro la sua Chiesa”. Nel 1952, il papa teme che la DC non riesca ad affermarsi alle elezioni comunali contro il blocco delle sinistre e vorrebbe un’apertura alla destra, rifiutata dal leader democristiano, Alcide De Gasperi. Gli anni del secondo dopoguerra conoscono una crescita notevole della periferia di Roma. Pio XII è al centro di varie iniziative pastorali, che portano la sua impronta personale. Dal 1948 promuove la Crociata della bontà, una mobilitazione dei cattolici romani in preparazione dell’Anno Santo del 1950. Il predicatore gesuita, p. Lombardi, è l’interprete di fiducia del papa per queste mobilitazioni per il risveglio religioso di Roma. Lo è anche più tardi, nel 1952, quando il papa promuove la grande mobilitazione per un mondo migliore che deve permeare Roma e da qui partire per gli scenari di tutto il mondo. Per l’Anno santo, quando da tutto il mondo vengono cattolici in pellegrinaggio a Roma, deve rifulgere il carattere religioso e universale della città. E’, fino ad allora, il Giubileo che conosce la più grande mobilitazione di cattolici per il pellegrinaggio (i paesi comunisti dell’Est rappresentano il grande e forzato assente alle manifestazioni giubilari). Confluiscono nell’Urbe più di un milione e mezzo di pellegrini italiani, quasi seicentomila europei, quasi cinquantamila nordamericani. Per la proclamazione del dogma dell’Assunzione della Vergine Maria, si raccolgono in piazza San Pietro mezzo milione di fedeli. Roma, in quegli anni, con qualche difficoltà, riesce a unire il profilo di città santa del cattolicesimo da una parte e di città pluralista e democratica, capitale dell’Italia repubblicana e municipio. Dopo il Giubileo del 1950, Pio XII sente come le condizioni sociali e religiose di Roma corrispondano solo in parte alla vocazione della città e della sua Chiesa. Avverte, nello stesso senso, che la struttura pastorale ordinaria non è del tutto adeguata a corrispondere alle esigenze di un cambiamento profondo nella città. Si può dire che gli anni Cinquanta siano caratterizzati da costanti interventi del papa in questa direzione. Un piccolo episodio mostra come il papa seguisse ansiosamente la vita della città e della periferia. Nel 1951, un religioso che operava in un centro assistenziale della periferia, durante un’udienza collettiva del papa, gli dice che i giovani della borgata Prenestina vanno in gran parte perduti dal punto di vista religioso. Pio XII, immediatamente, fa interrogare il card. Vicario “se via sia qualche rimedio”. L’incauto religioso fu richiamato dai suoi superiori e minimizzò la sua affermazione. In realtà –come risulta dalle relazioni del Vicariato- la situazione sociale e religiosa del Prenestino era davvero molto difficile. E’ un esempio dell’ansietà con cui il papa seguiva le vicende di Roma. Questa ansietà da origine alla mobilitazione del 1952, animata da padre Lombardi, che avrebbe dovuto toccare tutti gli ambienti di Roma. E’ lo stesso Pio XII a dare il segnale di inizio con un discorso molto impegnato: “Un grido di risveglio oggi ascoltate dalle labbra del vostro Padre e Pastore… oggi ci sottomettiamo all’arduo ufficio… di essere araldi di un mondo migliore da Dio voluto, e il cui vessillo bramiamo in primo luogo consegnare a voi, Diletti Figli di Roma, a Noi più vicini e alle Nostre cure più particolarmente affidati, e per ciò stesso anche voi posti sul candelabro, lievito tra i fratelli, città sul monte; a voi, dai quali a buon diritto altri si attendono maggior coraggio e più generosa prontezza.” Per Pio XII, Roma, l’Urbe cattolica, dev’essere esemplare, anzi deve rappresentare un laboratorio dove la vita cristiana forgia un modello sociale conforme ai principi evangelici. Per questo la Chiesa non può restare inerte: mobilitazioni, missioni, appelli si susseguono negli ultimi anni del pontificato, mostrando il carattere appassionato del rapporto del papa con la diocesi di Roma. Lo scopo di questa mobilitazione “per un mondo migliore” appare chiaro nelle parole del papa:  “Risveglio che impegni tutti… sul fronte del rinnovamento totale della vita cristiana, sulla linea della difesa dei valori morali, nell’attuazione della giustizia sociale, nella ricostruzione dell’ordine cristiano, cosicché anche il volto esterno dell’Urbe, dai tempi apostolici centro della Chiesa, appaia in breve tempo centro di santità e di bellezza.” Questa esigenza del papa verso Roma gli pare la realizzazione dell’attesa universale delle nazioni verso la città: “Tanto sperano da lei i popoli cristiani, e soprattutto azione!” –conclude. Infatti Pio XII non crede che la santità o la sacralità si Roma sia legata ai suoi monumenti e alle memorie antiche: “Guai se questi [i romani] lasciassero soltanto ai marmi, alle tele, ai ricordi dell’antico vanto, la cura di conservarlo!” –dice fin dal 1945. Se Roma si lascia investire dal rinnovamento spirituale –questo è l’auspicio di papa Pacelli-, la città tornerà “maestra spirituale delle genti… per l’esempio del suo popolo, tornato fervido nella fede, esemplare nei costumi, concorde nell’adempimento dei doveri religiosi e civili”. La grande idea di Roma, che il card. Pacelli aveva delineato negli anni del fascismo, quella che Pio XII aveva sostenuto durante la guerra come scudo alla città, che aveva proclamato nel dopoguerra, non era qualcosa di astratto, ma era legata alla qualità della vita religiosa dei suoi cittadini. Questa è la consapevolezza che Pio XII nutre negli anni del secondo dopoguerra, deciso ad imprimere una maggiore dinamicità alle strutture diocesane e a operare per un risveglio religioso dei romani. Nel 1958, alla fine del pontificato, dopo la Crociata della bontà, l’Anno Santo, la mobilitazione del 1952, l’Anno Mariano del 1954…, proclama una missione di Roma. Il papa chiede uno studio attento della situazione di vita dei vari quartieri romani, specie della periferia. Nel discorso ai predicatori della missione riconosce che Roma, la città sacra, il luogo esemplare del cattolicesimo, è anch’essa –almeno in alcune sue parti- terra di missione. Il tema della “terra di missione” nei paesi di antica cristianità era stato nel cuore della Missione di Francia e dell’esperienza dei preti operai (chiusa nel 1954), suscitando ampie discussioni se si potesse utilizzare questa espressione, che era anche una chiave di lettura, per paesi cristiani. Pio XII così afferma riguardo a Roma nel 1958, alla fine del suo lungo pontificato: “Può dirsi, dunque, che anche Roma ha le sue zone d’ombra, le sue isole da evangelizzare, quasi terra di missione? Chi, come voi conosce a fondo la città non può esimersi dall’ammetterlo… Noi e voi dobbiamo invece rimanere pensosi; dobbiamo lasciare che l’anima nostra venga presa da profonda tristezza, la quale, peraltro, non deve abbattere l’apostolo, bensì accendergli nel cuore un più fervido zelo”.

Città ideale o città concreta?

La romanità di papa Pacelli si muove su più registri: prima di tutto, quello ideale che vede in Roma, erede di un’antica storia, ma soprattutto centro della cristianità, il cuore di un’universalità, a cui il mondo aspira, incapace di raggiungerla con i suoi mezzi e alla ricerca di simulacri di essa. Pio XII, che conosceva l’Europa, che aveva viaggiato negli Stati Uniti e in Sud America, conosceva l’importanza e il fascino dell’immagine di Roma nel mondo cattolico; sentiva come essa potesse rappresentare un messaggio di unità, dopo la crisi della guerra. Il papa sognava che Roma fosse in qualche modo esemplare nella sua vita concreta, quasi un laboratorio di civiltà, pur nel quadro della distinzione tra la vita religiosa e quella civile, il mondo della politica dell’Italia repubblicana. Papa Pacelli era un romano, a contatto con alcuni aspetti della Roma civile e molto informato su quella ecclesiastica. Anche se da anni non si muoveva direttamente nella città, ne percepiva la realtà e l’atmosfera. Lo si vede bene negli anni della guerra e dell’occupazione. Ma, anche nel dopoguerra, seguì molto la vita romana. Pio XII sapeva che la Roma ideale si rifrangeva in quella concreta, nella città umiliata della guerra, nel pluralismo effervescente della ritrovata democrazia, nel mondo povero delle periferie. La romanità necessitava di una Roma all’altezza della sua vocazione o, almeno, di una comunità cristiana viva e capace di interpretare la sua missione. A questo livello il cantore della romanità sacra si faceva vescovo e pastore ansioso per la sorte della città, per le sue miserie, per il livello di vita religiosa. Addirittura parlò di Roma come “terra di missione” nel 1958. I due aspetti, quello della Roma ideale e quello della Roma concreta, possono sembrare contradditori: il secondo, con le sue miserie e con le sue contraddizioni, può eclissare il primo con il peso della sua concretezza, quasi riducendolo a retorica passatista. Così sembrò sul finire del pontificato pacelliano. In realtà a bene vedere, ricollocando uomini, idee, condizioni nel loro tempo, si coglie come Roma abbia un suo profilo ideale, pur a contatto con la realtà concreta della città. Il tema di Roma, communis patria, è stato più volte evocato da Paolo VI, anche se l’attenzione della Chiesa montiniana sembrava più focalizzata sulla pastoralità. E’ un’attenzione che è stata mantenuta anche negli anni di Giovanni Paolo II, che ha inteso in modo molto concreto e pastorale il suo essere vescovo di Roma. Lo stesso papa Wojtyla non ha voluto trascurare l’aspetto ideale della città, a cui dava un contributo decisivo proprio la presenza della Chiesa a Roma. Nel 1978, a poco più di quarant’anni dall’elezione di Pio XII, disse nel discorso inaugurale del suo pontificato: “Alla sede di Pietro a Roma sale oggi un vescovo che non è romano. Un vescovo che è pure figlio della Polonia. Ma da questo momento diventa lui pure romano. Sì, romano!”. E, nei suoi numerosi interventi sull’Urbe, giocando sull’anagramma del suo nome, il papa insistette molto sul fatto che “la missione di Roma è AMOR”. Del resto, Karol Wojtyla, dopo tanti anni così ricordava la sua esperienza di Roma: “Attraverso Roma, il mio giovane sacerdozio si era arricchito di una dimensione europea e universale. Tornavo da Roma a Cracovia con quel senso di universalità…”. Si è insistito sulla portata “universale” dell’idea di Roma, ma Giovanni Paolo II ne ha sottolineato anche la “dimensione europea”, che pure esiste. Senza riandare alla storia dell’intreccio tra romanità ed Europa, basta soffermarsi sulla riflessione cattolica dopo la seconda guerra mondiale per cogliere l’esistenza di una “via romana all’Europa”, mutuando l’espressione da Rémy Brague. Si deve a Pio XII la scelta chiara di favorire, dopo il conflitto, il processo unificante dell’Europa che metteva insieme antichi nemici, come la Germania e la Francia, ma anche comunità religiose di diversa confessione, come cattolici e evangelici. Non si trattava dell’Europa latina, vagheggiata tra le due guerre, prevalentemente cattolica, ma di un’Europa che ospitava nel suo seno, accanto ai cattolici, importanti comunità evangeliche. Fu una scelta coraggiosa da parte di papa Pacelli, che corrispondeva alla sua visione di un ruolo dell’Europa nel mondo con il superamento dei conflitti storici tra le nazioni del continente. Una simile visione dell’Europa aveva radici nel cristianesimo. Nel 1947, il papa proclamò San Benedetto “padre dell’Europa”, vedendo nel Medio Evo occidentale cristiano l’origine ideale del processo unitivo. San Benedetto, modello del monachesimo occidentale, rappresentava l’alleanza “della romanità e del Vangelo”. L’europeismo di papa Pacelli fa robustamente riferimento all’eredità della romanità cristiana, considerandola il primo fattore nella costruzione storica della coscienza europea. Anche se Pio XII sapeva bene che la realtà europea era ormai pluralista. Tra la riproposizione dei valori della Roma ideale e le cure per la città concreta, si sviluppa il pontificato di Pio XII, il papa del Novecento che ha maggiormente sottolineato la funzione dell’Urbe. Non si tratta solo di una posizione personale, ma di un sentire che va al di là del papa e che abbraccia almeno in parte il mondo cattolico e non solo; tale sentire trova in Pio XII uno sviluppo coerente e autorevole, quello di un grande “cantore” della romanità cristiana, forse l’ultimo almeno in questo modo. Ernesto Buonaiuti, modernista romano (che ricordava di aver visto il giovane don Eugenio celebrare con grande compunzione nella Chiesa Nuova a Roma, anche se era molto critico verso papa Pacelli), rammenta un episodio significativo di questo diffuso “senso di Roma”. Il giovane seminarista Buonaiuti, durante il Giubileo del 1900, incontrò un gruppo di pellegrini polacchi nelle navate della basilica di San Pietro. Uno chiese a lui e ai suoi compagni di dove fossero: “Di Roma e del seminario romano” –gli venne risposto. E i polacchi replicarono: “anche noi siamo romani”. In quel momento Ernesto Buonaiuti provò la sensazione “viva” e “profonda dell’universalità carismatica di cui Roma è simbolo e centro”.

Andrea Riccardi su vatican.va