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Araldica nella ceramica umbra

 di  Fernando Crociani Baglioni

 

Posso dire che non vi sia ceramica e maiolica a Deruta sua patria, che non presenti i riferimenti tradizionali all’araldica, in senso stretto, quale arte del blasone.  In quanto basta osservare i consueti fregi sui piatti e sui vasi in raffinata  ceramica, e le maioliche che rimandano quasi sempre al Grifone di  Perugia, altresì detto Grifo baglionesco, richiamando il cimiero che soverchia l’elmo dell’arma dei conti Baglioni, che fu nei secoli XVI e XVII  semisovrana nell’Umbria pontificia.

Desidero in questa sede sgombrare il campo a dei luoghi comuni che troppo spesso, per mera superficialità, pretendono di  attribuire le armi gentilizie alle sole famiglie titolate e agli enti pubblici territoriali, e a speciali enti e corporazioni religiosi e civili. Lo stemma nell’uso tradizionale nell’Italia centrale è sovente usato da famiglie che vantano una storia, più o meno illustre, ma che annoverarono personaggi di un qualche rilievo sociale nei secoli scorsi. Ecclesiastici, medici, avvocati, capitani, notari, farmacisti, podestà, priori, docenti, specialmente quando in una famiglia si succedevano nelle generazioni nelle rispettive dignità ,  assumevano un’arma gentilizia che ne evidenziasse lo status nella società del tempo, e ne tramandasse la memoria di funzione dirigente in ambito politico, ecclesiastico, militare, accademico, sociale, professionale ed economico.  Cominciando dagli ecclesiastici, non necessariamente elevati di grado, ma già i semplici sacerdoti, curati di una qualche parrocchia  cittadina o pieve rurale, assumevano un’arme, secondo quei canoni araldici normalmente molto riguardati dalle gerarchie ecclesiastiche, con indubbio gusto artistico e sapienza araldica, soprattutto nella simbologia religiosa o civile attinta dalla cultura classica,  e comunque formalmente concesse dagli Ordinari per i  presbiteri secolari o dai superiori dei rispettivi ordini religiosi.  L’arma così assunta dallo “zio prete”  si radicava nell’uso dei discendenti praticanti professioni liberali o assunti a gradi di toga, di milizia, di scienza, o ancora di chiesa.  Ed ogni famiglia nobile o notabile, titolata o soltanto gentilizia per via di quell’ascesa sociale quasi sempre lentamente ma inesorabilmente perscorsa nell’arco di generazioni nelle città come nelle campagne, si fregiava  semplicemente per  contraddistinguere l’appartenenza e l’uso di  gran parte degli arredi, utensili ed elementi architettonici della propria  casa  col proprio stemma.  Dunque per gli utensili, ceramiche, argenterie, stoviglie;  per gli elementi architettonici, stipiti e portali in pietra,  e poi sui portoni, porte e mobili in legni pregiati, soprattutto il tiglio adatto alla scultura, armadi, librerie, persino poltrone e sedie, e per i  cuoi, cinturoni, borse, rilegature di libri pregiati. Non vi era vassoio d’argento, cristallerie, posate che non presentassero le armi del padrone di casa.  Il piatto e il vasellame che adornava  la tavola del signore recava sempre lo stemma, così come pei tessuti,  le tovaglie, i tovaglioli ricamati, così come venivano ricamate le coperte, le  sovraccoperte, le lenzuola e le federe.  Ed in primis per gli ecclesiastici i paramenti, le pianete romane, le dalmatiche, cotte, stole, manipoli, piviali, etc.  L’uso dello chevalier  in oro o pietre pregiate,  alle dita anulare o mignolo era consueto, così come perdura tale usanza ai nostri tempi nei ceti nobiliari  e gentilizi europei.

Una menzione speciale merita il linguaggio araldico usato e codificato nei secoli, non soltanto in Italia, in ogni sua parte, ma a livello europeo, sia nell’araldica ecclesiastica che in quelle civile e militare; ciò a comprova delle comuni radici che trassero linfa dall’oecumene cristiano del Sacro Romano Impero. Le regole sui colori delle armi sono rispettate ovunque nelle nazioni europee, e nell’arte della ceramica e della maiolica assumono uno speciale valore artistico, apprezzato non soltanto dagli studiosi della materia, ma da chiunque sappia coglierne il valore estetico ed espressivo.  In assenza di colori, come nel caso dell’uso di materiali che non lo consentono (marmo, legno, metalli, carta con decori non policromi, cuoio) si usa il tratteggio araldico (verticale per il rosso, orizzontale per l’azzurro, in banda da destra a sinistra per il verde, in barra da sinistra a destra per il viola, liscio per l’argento, e a puntini per l’oro, che  è straordinariamente comune e rispettato in ogni parte d’Europa, dal Portogallo alla Russia, dall’Irlanda alla Grecia…

I colori in araldica, che conservano in sé tutta la loro valenza simbolica, esprimono altresì nelle figure  (animali: aquile, leoni, leopardi, lupi, cinghiali, serpenti, api, pesci; mitologiche: draghi, grifoni, araba fenice, cornucopie ; religiose: monti del Gòlgota, croci, figure di Santi, Kiròs costantiniano, croci di ordini cavallereschi, stelle mariane, o elementi che richiamino la Trinità, le figure antropomorfe degli Evangelisti;  militari:  elmi, scudi, spade, lance, pugnali, cannoni, bandiere; vegetali: roveri, abeti, cipressi, vite, olivo, spighe di grano, ghiande,  frutta)    profondi significati religiosi, filosofici, storici, epici, politici, di appartenenza ad arti e corporazioni, ad imprese militari, alle scienze praticate, alle alleanze matrimoniali, ai quarti degli avi.

A Deruta  la raffinatezza e varietà dei colori in ceramica e maiolica, sempre nel rispetto delle regole araldiche, si è sempre espressa al meglio, producendo nel tempo autentici capolavori artistici, tanto da esser considerate  autentiche e autorevoli fonti storiche e di testimonianza  dell’uso codificato delle armi spettanti a famiglie e corpi sociali.   Lo stemma  accompagna spesso nell’arte  i soggetti a tema religioso. Ciò  si riscontra negli affreschi, tele dipinte, arazzi, sculture, che adornano le nostre chiese. Non v’è altare e cappella gentilizia che non riporti talora anche in  ceramica o maiolica, come in marmo, le armi della famiglia titolare del  rispettivo giuspatronato. Tale tradizione ha un primario valore per la storia, in quanto esprime le più alte forme dell’uso pubblico e pacifico delle armi a testimonianza della nobiltà vantata.

La Natività, che è uno dei soggetti evangelici più raffigurati nell’arte cristiana, sin dai suoi primordi in epoca paleocristiana e poi nel corso del Medioevo fino all’Età moderna e contemporanea,  presenta  spesso le armi gentilizie del committente dell’opera   e talora dell’artista. Ciò  in ambito cristiano sia di Occidente che d’Oriente (icone d’arte bizantina). Ciò conferisce alla Natività il valore universale  recato dal messaggio cristiano salvifico  dell’Incarnazione  “Et Verbun caro factum est”.   L’auspicio dello storico,  prima che dell’araldista,  vuole che non si trascuri e soprattutto non si disperda il patrimonio araldico-artistico che in tale alta forma espressiva Deruta rappresenta.  Proprio per  la testimonianza religiosa e civile che  custodisce.  Uno speciale apprezzamento, un sincero  sentimento di ammirazione  vada in questa occasione al Museo Regionale della Ceramica  di Deruta,  per  quanto compie e tramanda  quale insegnamento alle giovani e future generazioni. Con la memoria storica oggi le ceramiche e maioliche di Deruta  recano in ogni parte del mondo  l’identità  storico-culturale, religiosa e civile dell’Umbria e dell’Italia, degne dei suoi artisti ceramisti e maestri  di ogni generazione  e di tanto retaggio.

Pubblicato nel catalogo della mostra realizzato da ProDeruta.

Da un’idea di Attilio Quintilli

NATIVITA’, Mostra Collettiva d’Arte Contemporanea
Deruta
Museo Regionale della Ceramica Umbra
17 dicembre 2011 – 8 gennaio 2012

 

Vedi anche:

DERUTA, MUSEO REGIONALE: LA NATIVITA’ IN DUE MILLENNI DI ARTE CERAMICA